In manicomio a Treviso – Parte 3

Mi svegliai dopo molte ore dall’iniezione della dottoressa Romina Bosello sul letto del reparto di psichiatria di Ca’ Foncello. Mi sentivo riposato e lucido. Con poco realizzai che si trattava di un TSO  – Trattamento Sanitario Obbligatorio che per legge viene convalidato dal Sindaco.

Decisi di “rigare dritto” perché i miei diritti completi di cittadino mi erano stati privati. Qualsiasi sanitario poteva fare di me quello che voleva. Non che nei mesi e decenni precedenti non fossi “rigato dritto” e in effetti  -facendo mente locale-  non capivo i motivi della “segregazione” mentale.

Vicino al mio letto un anziano signore che il mattino pregava mettendo le mani sul muro e guardando verso Est. Subito dopo sfilava da un pacchetto di Camel una sigaretta e chiedeva fuoco agli infermieri.

La mia sedia a rotelle era accanto al letto e avevo bisogno di aiuto per salirvi. Guardai il tradizionale campanello che avverte gli infermieri, ma non esisteva. Venni a sapere che la corda del campanello non poteva essere usata per possibili (immagino) impiccagioni dei pazienti. In genere non potevo possedere nessun cavo o cordone per lo stesso motivo e dopo la ricarica del telefono, che solo dopo 15 giorni degli amici mi portarono in reparto poiché nel blitz di casa non mi fu dato il tempo, andava subito consegnato in guardiola degli infermieri. Erano cavi da 20 centimetri, ma non si sa mai… un collo sottile… e zac… ci scappa il morto.

Un amico mi portò un vasetto di Nescaffè ma il contenuto della povere mi fu messo “in un vasetto delle urine, ma è disinfettato” da una infermiera che temeva atti estremi con i cocci del bussolotto.

Chiesi della doccia e mi dissero che non c’era una doccia per disabili. Chiesi del bagno ma mancava l’alza water “e chiederlo in economato è un casino” mi disse un infermiere.

Struttura ospedaliera trascurata, o così mi parve. Mancava tutto soprattutto (oltre al cesso e doccia) un motivo serio, oggettivo e clinicamente attestato per il ricovero coatto, per 2 TSO (diconsi due tiesseò) e 31 giorni di ricovero. I due forse non erano le teste d’uovo che immaginavo. Che delusione. Che staff medico-infermieristico! Che struttura edile scavata in un tunnel di corridoi bui…

In manicomio a Treviso – Parte 2

Venni coricato nella lettiga dell’ambulanza. Il mezzo si mosse. Ad ogni curva un capogiro, ma l’autista andava a passo d’uomo. Accanto a me una ragazza giovane dello staff medico. Giunti al Pronto Soccorso dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso mi fu ridata la mia sedia a rotelle. La Guardia mi spinte sino ad una donna medico.

  • “Dottoressa… credo ci sia uno sbaglio di persona… sto bene…”
  • “Lei è il signor Mario Marangon nato a e residente in?” disse la donna
  • “Sì” risposi.

Chiesi di poter fare una telefonata ma il medico me lo impedì. Nel frattempo la Guardia Urbana camminava su e giù nel breve tratto di corridoio con un foglio in mano. Passò davanti a me più volte e sempre con l’arma da fuoco sganciata dalla fondina bianca. Bastava un gesto, un gesto matto e disperatissimo.

Fui spostato in un ambulatorio del Pronto Soccorso. Fui ricevute da due donne medico sul cui cartellino di riconoscimento lessi il nome delle dottoresse Silvia Tiozzo e Romina Bosello: mai viste né sentite.

Immaginai si trattasse di un TSO. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è un provvedimento ai limiti della Costituzione che priva un cittadino di tutte le sue volontà e di tutti i suoi diritti.

Era quello.

I medici seri vi ricorrono solo in casi estremi e quando un cittadino rappresenta un pericolo grave e concreto per sé o per altri. Viene di norma chiesto da un medico, anche generico, firmato dal Sindaco (nel mio caso il Sindaco di Treviso Mario Conte) e confermato dalla Magistratura.

E’ una “segregazione mentale”.

Le due mi lessero uno scritto scansionato al computer che doveva costituire i motivi della mia segregazione. Non capii nemmeno di cosa si trattasse. Chiesi chi l’avesse scritto, ma non mi fu detto.

  • “Lei Marangon è agitato” disse una delle due dottoresse.
  • “Le sembrerebbe normale e segno di salute se non lo fossi in queste circostanze?” risposi ma senza convincere le due psichiatre.
  • “Dobbiamo farle una iniezione” disse la Bosello
  • “Assolutamente no, la rifiuto” non ci fu verso

Un’infermiera si avvicinò con la siringa e la figura delle due donne si chiudeva sempre più sulla mia, avvicinandosi. Mi svegliai su un letto del Reparto di Psichiatria Sud dell’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso ma credo fossero passate molte ore dal momento dell’iniezione.

Non chiusi occhio per l’intera notte e forse anche la notte successiva. Un ragazzo di colore con le treccine rasta urlò continuamente con parole che parevano tribali e che in ogni caso non ne capii una. (fatti e nomi corrispondono alla verità). Please Like e follower.

In manicomio a Treviso – Parte 1

Era un pomeriggio estivo. L’afa del mese di giugno già si faceva sentire e molto prima dei mesi centrali di tradizionale caldo. Un pomeriggio di noia, quella che lima e divora, seduto davanti al computer in una casa popolare di un quartiere suburbano di Treviso. Una palazzina popolare in cui occupo al primo piano un alloggio i cui muri sono ingialliti dal tabacco e con lunghi baffi neri della fuliggine dei termosifoni. Un pomeriggio come centinaia o migliaia dei miei pomeriggi. Saranno state le 15.00 e i condomini tutti anziani probabilmente riposavano. Il silenzio, che peraltro raramente è rotto da qualche rumore, faceva pensare alla noia e alla tranquillità.
Il campanello di casa non suonò e la porta d’ingresso del condominio era aperta o aperta da altri. Improvvisamente delle voci allarmate di un gruppetto di persone iniziò a pestare forte la porta tanto che la fessura di chiusura a stento reggeva. Pugni e calci per provocare un simile rumore e rimbalzo della porta.
“Apra subito… c’è una fuga di gas nel condominio…” una voce dietro la porta.
Il mio fornello di casa ha la sicurezza e non sentii che il gruppetto avesse pestato contro altre porte. Non potevo pensare che la fuga fosse in casa mia e le maniere violente dei soccorritori non mi dicevano bene. Avevano tutto tranne un qualcosa di salvifico.
Benché abituato ad alti livelli di stress quello era troppo. Più che un soccorso parevano minacce. Il sangue cominciò a fluire alla testa e un tremore ai muscoli si fece sentire. La porta non era chiusa a chiave e ad un tratto vidi che si infilò una radiografia. Il lembo nero a striature bianche scivolò dall’alto verso il basso sino a giungere alla serratura. La porta si spalancò con violenza e irruppero in casa quattro Vigili del Fuoco e un uomo alto e calvo con nel fodero una pistola senza sicura della Polizia Municipale del Comune di Treviso.
Nessuno degnò di uno sguardo il mio fornello a gas e un Vigile del Fuoco basso, tarchiato e con i capelli lunghi cominciò a dirmi qualcosa che non ricordo. Fuori dalla porta una ragazza e un ragazzo molto giovani che poco dopo scoprii essere l’autista e l’infermiera dell’ambulanza.
Il Vigile Urbano spinse la mia sedia a rotelle al centro della stanza e allontano nella mia scrivania un taglierino di carta che usavo per aprire la posta. Nel fodero bianco la pistola che avrei potuto impossessarmene anche con un lento movimento del braccio. Non so che arma fosse, ma immagino quella in dotazione ai vigili urbani di Treviso. Forse una calibro 22 ma ne capisco poco; la mia arma mortale è la penna.
Il Vigile del Fuoco continuava a gridare cose che non capivo. Gli altri dietro di lui avevano un comportamento minaccioso per ruolo e corporatura, ma stavano solo fermi in piedi. Chiesi più volte, con la bocca impastata e la lingua secca, di cosa si trattasse, ma nessuno rispose. Mi venne messa fretta e il Vigile del Comune continuava a spingere la mia sedia a rotelle da un lato all’altro della sala senza senso. Chiesi del tempo per calzare e trovare le scarpe ma non mi fu concesso. Mi fu impedito di prendere il cellulare “non le serve… lasci perdere…” disse il vigile urbano del Comune di Treviso.
Non feci nemmeno in tempo a spegnere le luci di casa che fui spinto fuori di casa nel corridoio. In uno spazio più ampio e meno affollato come quello della mia sala feci un respiro profondo. Il ragazzo del 118 fece un sorriso e prese in mano uno zaino. Chiesi cosa vi fosse contenuto “ah… nulla… niente…” e si affrettò a prenderlo. (fatti, persone e circostanze qui narrati sono del tutto veri)

Il buddhismo e l’utilità del vuoto

Nel buddhismo il vuoto è un concetto mentale e una pratica di meditazione. Nulla più del vuoto spaventa noi occidentali e non abbiamo mai pensato quanto sia in realtà utile il vuoto.
Nella nostra mente si accavallano in una centrifugazione di idee sempre mille pensieri. La scienza ci abituati a pensare anche nelle piccole cose di ogni giorno con in principio di causa ed effetto. Qualsiasi cosa ci capiti vogliamo spiegarla e spiegarla a noi stessi. Tentiamo di applicare la scienza e il principio di causa-effetto alla nostra vita, ma la nostra vita sfugge alle caselle di un inquadramento scientifico. Il magma vitale che ci percorre non si farà mai imbrigliare da schemi.
Le cose che ci appartengono sono tali solo perché in modo inconsapevole esiste il loro lato di vuoto. Un vaso è tale per il vuoto che lo genera. Davanti alla massa di argilla l’artigiano deve creare il vuoto per poter realizzare un vaso. E così in mille altri casi.
E quanto ci spaventa il vuoto di un foglio bianco o di una tela bianca prima che l’artista ne faccia un disegno, un’opera. Eppure proprio davanti ad un foglio e una tela vuoti possiamo scrivere quello che pensiamo. Ma non siamo abituati a scrivere le nostre cose, quello che pensiamo. Siamo abituati a scrivere quello che conviene o quello che gli altri si aspettano da noi. E’ tutta qui la difficoltà dell’incipit, dell’inizio.
Chi di non ha sperimentato già sui banche di scuola quanto sia difficile un tema di italiano finché non abbiamo trovato il suo inizio? E chi di noi non ha detto all’insegnante che ci richiamava sul tempo che stava per scadere “sì… prof… lo so… ma se trovo l’inizio poi mi serve poco tempo”?
Ed è importante avere un foglio vuoto per scrivere quello che vogliamo noi e quello che ci sentiamo dentro di dover esprimere la cui “intimità” del foglio favorisce rispetto ad un discorso parlato con altri. L’adolescente non parla, parla poco, ma sul Diario scrive…
E chi vuole parlare è importante che prima s-vuoti la mente dalle incrostazioni e dai sedimenti del senso comune, dei media, della propaganda, dalla persuasione mediatica. Se non facciamo questo allora non parliamo, non pensiamo, ma riferiamo quello che ci è stato messo in testa. Facciamo un riassuntino delle cose dette, ma non sarà mai la nostra mente e il nostro cuore a parlare.

Il buddhismo e il pensiero debole

Nella storia del pensiero occidentale ci sono alcune distinzioni sulle correnti di pensiero che vale la pena richiamare. Non sono distinzioni molto note e sono già implicite nelle filosofie che di volta in volta si percorrono.

Sono delle categorizzazioni molto semplici e definite con il solo scopo di costituire una linea guida del pensiero.

Le tre grandi scuole si possono suddividere in pensiero positivo, pensiero negativo e pensiero debole.

Il “pensiero positivo” è quello progettante, che ha scopi, un obiettivo, teleologico orientato ad un fine. Il marxismo è un pensiero positivo perché il suo scopo è la società comunista e tutto è orientato con mezzi, tattiche e strategie per raggiungere lo scopo. Il progetto è chiaro, cioè una società (utopistica) senza servi, senza padroni in cui tutti vivono nel rispetto reciproco.

Anche la scienza è una forma di pensiero positivo (positivismo) il cui scopo ultimo pare essere l’”elisir di lunga vita” cioè rendere l’uomo immortale. Fino ad ora la scienza non ha allungato la vita ma allungato la vecchiaia ma chi in fondo in fondo non spera di poter diventare immortale con una qualche scoperta del secolo?

Il “pensiero negativo” ha moltissimi esponenti, ma il più rilevante è Nietzsche. Non dobbiamo intendere il termine “negativo” in modo pessimistico, ma proprio come una pellicola fotografica, ovvero dire tutto ciò che una cosa non è davanti all’impossibilità di dire come stanno veramente le cose. Possiamo dire, se l’esempio aiuta a chiarire, tutto quello che l’uomo non è davanti al problema di dire quello che l’uomo in verità è. Serve più chiarezza:

“[…] Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”

(E. Montale, Non chiederci la parola)

Il “pensiero debole” è invece il pensiero che non progetta, che non ha scopo, che non ha un fine. Parte dal presupposto che avere una meta significa fissare lo sguardo del pensiero su un unico oggetto perdendo tutto quello che è il contesto più ampio e l’intera ampiezza dell’orizzonte. Il pensiero debole esige un orizzonte aperto dove l’uomo possa abbracciare tutto quello che la vita offre senza l’ossessione di un fine e di una meta. Se continuiamo a fissare il nostro obiettivo ci sfugge tutto quello che è attorno, davanti e dietro che il più delle volte sono opportunità di vita migliori rispetto ai nostri ristretti e angusti piani.

Il “pensiero debole” è la forma del pensiero orientale, buddhista. Il “colpo d’occhio” che abbraccia l’intera vita e l’intero orizzonte  -compresa l’utilità dell’inutile (Zhuang-zi di Chuang-tzu).

Il buddhismo e l’uomo illuso

Nella storia del pensiero Occidentale la natura dell’uomo è stata vista in molti modi. Tutti questi modi fanno riferimento allo “stato di natura” che però nessuno ha visto, ma che viene idealizzato.

In Marx l’uomo è per natura buono, ma poi corrotto dal capitale.

Per Rousseau l’uomo è per natura buono, ma diventato cattivo quando qualcuno ha tracciato i confini di una proprietà privata.

Per Hobbes l’uomo è irrimediabilmente cattivo ed egoista per sua propria natura.

Da Marx procede la lotta contro il capitalismo per restituire all’uomo la sua vera natura di essere buono e socievole.

Da Hobbes procede lo Stato autoritario che tende a controllare anche con la violenza i cittadini che in Hobbes sono però “sudditi”.

Nel pensiero Orientale, tenuto sempre conto del carattere schematico di queste righe, la natura umana vive in un limbo di illusioni in cui viene confusa la vera realtà oggettiva delle cose con processi mentali.

La meditazioni buddhista, insieme ad altre pratiche meno diffuse, diventa quindi il veicolo attraverso il quale la mente dell’uomo si libera dall’inganno delle illusioni e inizia a vedere con trasparenza e lucidità la natura delle cose. Non a caso la pratica della meditazione si conclude con “l’illuminazione” cioè un gettare luce nei luoghi più bui e remoti della mente e della realtà esterna.

Una simile forma di pensiero in Occidente prende corpo nella psicanalisi di Freud e di tutti gli analisti dopo di lui. Anche per Freud la vera angoscia dell’uomo sta nel non saper distinguere la realtà esterna con quella interna, l’oggettività delle cose con un materiale inconscio sepolto nelle stratificazione cerebrali.

Azzardando un’analogia, devo dire molto forzata, potremo paragonare la meditazione buddhista alla psicanalisi come entrambi processi di discernimento mente-natura. Entrambi i processi tesi a liberare l’uomo da uno stato illusorio nella cui confusione tra idee astratte e sbagliate e l’oggettività delle cose risiede tutto il dramma umano.

Per molti aspetti quello che aveva già capito Artur Schopenhauer nel “Mondo come volontà e rappresentazione”. Il mondo che noi viviamo è “rappresentato” come se fossimo in un teatro (dell’assurdo) ma non quello reale che abbiamo davanti. Una specie di sogno dove la differenza tra il sogno del dormiente e quello ad occhi aperti sta solo in una relativa continuità del materiale onirico.

Il buddhismo e la meditazione tra distrazione e tribù

E’ una nostra esperienza quella di aver capito che non basta conoscere i motivi che ci angosciano per potercene liberare. La psicanalisi, la psichiatria e la psicologia si basano su questo ma è solo un modo per spillare soldi. Mai visto in vita mia una persona guarita dall’ansia o dalla depressione anche dopo un decennio di analisi.

Solo la meditazione buddhista ci può venire incontro, ma anche qui non fioccano miracoli.

Nella meditazione è difficilissimo trovare la concentrazione adatta perché siamo abituati alla “distrazione” e non alla “concentrazione”.

La civiltà industriale e quella tecnologica ci hanno allenato per decenni a distrarci e di usare la tecnica in modo principale per distrarci. Lo Smartphone è una “dipendenza distrattiva” in cui usciamo dal mondo della realtà per affogare il nostro disagio in un serrato domanda-risposta dell’informatica che ci distrae dalla realtà. Tanto peggiore è la realtà esterna che viviamo e tanto più aumenta la dipendenza da internet che da strumento sussidiario di lavoro, similmente alla tivù, è diventato un sedativo globale. E’ ipnotico e ipnoinducente. Non è causa di nevrosi, ma la nevrosi spinge a comporre le polarità che abbiamo in un mondo finto. Quello che ci spaventa nella realtà quotidiana non ci spaventa in rete perché sulle onde del Wi-Fi non si rischia mai nulla.

Tutti i social e WhatsApp agiscono per gruppi, e gruppi abbastanza ristretti, in cui ci si oppone ad altri gruppi. La nostra identità diventa tribale, di gruppo, e non inclusiva e di accettazione dell’altro. Il nostro gruppo-tribù ha regole, linguaggio e comportamenti che si oppongono alle altre tribù ritenute composte da cretini che non capiscono niente. La diversità viene punita, che sia un disabile, una donna, un gay, nero, marocchino o di un altro Paese. Anche essere ebrei, Segre insegna, diventa motivo di nuova esclusione dal nostro gruppo tanto da dover riempire una piazza con migliaia di persone per dire che la nostra storia e identità è uguale a tutti.

I migliaia di anni e tutte le guerre, non ultima la Seconda, per cercare di far passare l’idea che la sola nostra identità è di specie e non di genere o di razza sembrano gettati al vento.

Dove prima c’era esclusione adesso si è trasformato in minaccia  – a chi non è come noi quasi come se noi, con la nostra storia fatta di lacrime e sangue, potessimo dare pagelle di civiltà.

Il buddhismo e le illusioni

 

Il nostro cervello è programmato anche per poterci creare delle illusioni, ovvero idee che si discostano dalla realtà oggettiva. Se ci chiedessimo che tipo di idee ed emozioni ci guidano ogni giorno scopriremo che gran parte di queste sono percezioni che ci danno un’idea della realtà molto lontana da quella che concretamente viviamo.

Non tutte le illusioni tuttavia sono negative ed alcune vanno a costituire degli ambiti che ci confortano nella vita. Altre volte, invece, ci sono illusioni terribili e non solo incubi spaventosi o l’ansia che di notte ci impedisce di prendere sonno o dormire con una buona qualità del sonno, ma ci sono anche illusioni come la disperazione, la depressione, l’odio, l’avidità. Se esaminiamo da vicino queste illusioni ci rendiamo conto che implicano elementi ingannevoli senza i quali vivremo meglio.

E se noi stessi potremo vivere meglio senza queste illusioni il mondo intero potrebbe anch’esso vivere meglio. Pensiamo a quante guerre, respingimenti o barconi di migranti che affondano solo perché le nostre illusioni mentali ci restituiscono aspetti della realtà ingannevoli. E’ quindi opportuno smascherare queste illusioni e portarle alla luce per evitare la nostra e l’altrui sofferenza.

Eppure, rendere manifesta un’illusione perniciosa non solo è difficile ma dipende anche dal fascio di luce che la illumina. Chiunque abbia fatto psicanalisi sa come pur portando “fuori” le percezioni false non basta per poter recuperare una visione adatta e realistica del mondo e delle cose. Capire perché una donna o un uomo non ci ama più non significa porre fine alle sofferenze amorose. Capire, scienza alla mano, che il fumo fa male non significa riuscire a smettere di fumare. Ciò che importa è “il modo” e attraverso cosa riusciamo a smascherare le nostre illusioni. Se smettere di fumare è una richiesta che ci viene dall’ansia di nostro figlio la richiesta è “forte” ma se lo dice il medico come fa di routine con tutti la richiesta è pressoché ignorata.

La via del Buddha…

Il buddhismo e il piacere

Negli insegnamenti del Buddha risulta fondamentale la dinamica per la quale noi siamo attirati dai piaceri dei sensi. Uno dei suoi messaggi fondamentali era che i piaceri che perseguiamo svaniscono in fretta e ci lasciano con nuovi desideri insoddisfatti. Nella religione buddhista  – gli aspetti religiosi del buddhismo in Occidente si sono persi – si insiste molto non tanto sul fatto che la vita è sofferenza, ma piuttosto nel fatto che la vita è insoddisfazione. Passiamo gran parte del tempo a cercare dei piaceri, ma appena li abbiamo raggiunti svaniscono e ci lasciano insoddisfatti e alla ricerca di nuovi piaceri.

Siamo tutti concentrati sui piaceri, ma tutti i piaceri vengono sopravvalutati nella gioia che ci possono dare. Appena siamo giunti in cima al piacere già la gioia sfuma. Possiamo volere una promozione al lavoro, un buon voto a scuola o il sesso con una donna che ci piace, ma appena ottenuto questo chiunque di noi ha vissuto l’esperienza che raggiunta promozione, voto o sesso restiamo insoddisfatti. Pensavamo di poter trarre una lunga felicità, ma in poco tempo già ci scordiamo del piacere effimero raggiunto.

Del resto chi di noi è mai stato felice se non per brevi attimi in seguito ad una promozione, un voto o sesso? Il carattere illusorio del nostro piacere desiderato e per il cui raggiungimento abbiamo sofferto non poco subito si manifesta. La meta viene spostata ma con la stessa dinamica, cioè alla ricerca sopravvalutata che un piacere dei sensi ci possa dare davvero una gioia duratura.

Quante volte ci siamo detti che saremo stati felici se avessimo avuto una qualche cosa per poi scoprirci ancora infelici appena ottenuta? Sempre?

La situazione umana secondo il Buddha è davvero difficile. Per natura siamo portati a cercare ciò che ci piace, ma la natura stesso ci ha restituito un piacere intenso ma breve proprio per spingerci a cercare nuovi piaceri. Ma la ricerca dei piaceri, proprio perché ne siamo sprovvisti, ci mette in una situazione di sofferenza che termina brevemente quando abbiamo raggiunto la meta per gettarci ancora nella sofferenza della ricerca.

Si tratta di un circolo vizioso di desiderio/noia rispetto al quale il Buddha ci insegna a rompere la catena del desiderio come unica via d’uscita.

Il buddhismo di Matrix

Matrix (The Matrix) è un film di fantascienza del 1999 scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski.

Il protagonista, Neo, ad un certo punto scopre di aver sempre vissuto dentro ad un mondo immaginario, allucinato, dentro ad un baccello come tutti gli altri, comandato da un robot. Tutto quello che Neo vive, sente, ascolta, sofferenza e piacere altro non sono che stringhe di un software robotizzato che fanno vivere tutti i baccelli in una realtà inventata, non oggettiva, non vera. Una sorta di sogno ad occhi chiusi.

Ad un certo punto Neo si trova davanti ad una scelta drammatica: continuare a vivere nel baccello in un delirio di allucinazioni, oppure scegliere la vera realtà al di fuori del baccello? Continuare a vivere nell’illusione o risvegliarsi e affrontare la realtà?

Un gruppo di ribelli entra nella mente del Neo dormiente e gli dice che sta vivendo come uno schiavo comandato da circuiti elettrici computerizzati. I ribelli gli offrono allora due pillole, una rossa e una blu. Con la pillola rossa esce dal baccello e ritorna nel mondo reale svegliandosi da un brutto sogno, mentre con quella blu continuerà la sua vita nel mondo dell’illusione, allucinazione e inganno.

Neo sceglie la pillola rossa.

Si è risvegliato. Vomita, cade, si strappa i capelli, ma un po’ alla volta si fortifica e inizia a vedere un meraviglioso mondo incantato fitto di interesse e serenità. Il cielo gli sembra finalmente azzurro come mai aveva visto prima.

Inizia il suo cammino…