Il Gusto in politica

Nella “Critica del Giudizio” di Kant egli così definisce il “gusto”: “Per decidere se una cosa sia bella o no, noi non poniamo, mediante l’intelletto, la rappresentazione in rapporto con l’oggetto, in vista della conoscenza; la rapportiamo invece, tramite l’immaginazione […] al soggetto e al suo sentimento di piacere e di dispiacere. Il giudizio di gusto non è pertanto un giudizio di conoscenza; non è quindi logico, ma estetico: intendendo con questo termine ciò il cui principio di determinazione non può essere che soggettivo“. E fin qui nulla di nuovo eccetto il fatto che poco più tardi il termine “estetico” in Hegel ha un significato molto diverso da quello di bellezza.

La “politica” invece è il terreno del realismo e della razionalità, intendo con razionalità il “calcolo” di quello che conviene, che è utile alla vita collettiva da quello che invece non lo è.un Governo, il programma di un Governo e i risultati di un Governo politico dovrebbero quindi essere oggetto di “razionalità” cioè di un “calcolo” sulle cose che concretamente ha fatto o che non ha potuto fare o che non ha voluto fare.

Succede invece che un partito o un Governo siano, credo ormai da molti anni, oggetto di “gusto” cioè di una valutazione soggettiva, personale, emotiva o di simpatia. Per certi aspetti, esemplificando, come scegliere una maglia dove nessuno va a vedere le cuciture, il tessuto, la trama e la fattura del tessuto, il lavaggio ma lo scegliamo perché “è bello”. Forse anche un’auto, eccetto un paio di cose, la scegliamo non per la sua tecnologia, ma perché “è bella”. La stessa pubblicità di auto inventa scenari da favola che non esistono da nessuna parte al mondo.

Votiamo Lega, 5Stelle, sinistra, PD, Berlusconi o Forza Nuova non con un calcolo razionale ma con un criterio soggettivo del gusto. Ogni 5 o 10 anni siamo più stufi di “quel maglione” che non ci piace più invece di soffermarci sul fatto se “quel maglione” ci è stato utile, abbastanza duraturo e pratico. E gli armadi straripano di abbigliamento e scarpe che non ci piacciono più. Nella civiltà del consumo buttare un maglione perché “non ci piace più” è cercato e desiderato, ma la stessa logica non può essere estesa ad un partito o un Governo. Berlusconi ci ha stufato, Renzi e Boschi anche e un po’ ci ha stufato anche Salvini. Così… in genere… pur svolgendo un programma di Ministro e di Governo che è esattamente quello che chi gli ha dato il voto voleva, esigeva. Salvini non è un “golpista” e che fosse politicamente un incapace lo sanno anche i sassi, ma adesso… uhmm.. non ci convince più come con il primo barcone lasciato in mare giorni. Pare siano cambiati i gusti… anche su 5Stella che dopo i trionfalismi straripanti di piazza lo stesso Grillo intuito il flop del Movimento e del Governo ha già preso le distanze e da mesi tace.

Vedi Napoli… e poi muori…

 

Vecchio proverbio che non ne conosco le origini. Vista Napoli, una straordinaria città, intende il detto, hai visto il meglio e puoi anche morire. Nulla di più bello puoi ancora vedere. Mai vista e quindi non saprei  -come morire prima di andarci.

Che Napoli sia in mano alla Camorra pare di sì, ma non sono un esperto in materi, come non lo sono nell’ndrangheta o nella mafia. Si possono anche leggere ottimi libri ma nascere lì e viverci è altra cosa. Come se un uomo leggesse biblioteche intere sul parto femminile. Leggerlo e sentirlo e viverlo e soffrire e la gioia solo una donna che ha vissuto questa atavica esperienza può davvero conoscere. Ma poniamo l’ipotesi che l’immaginario collettivo veda l’intero Sud di Lupara e faide tra famiglie compresa la solita siringa che noi (noi chi?) paghiamo 1 euro e al Sud pagano 5 euro.

Se la Campania è davvero in mano alla Camorra vuol dire che tutto deve passare attraverso le maglie strette della Camorra. Nessuno può scavalcare la Camorra e chi lo fa non si narra abbia fatto un buona fine. Che i campani lo vogliano o no qualsiasi cosa decidano di fare o hanno il “NULLA OSTA” della Camorra oppure non si sgarra. Economia, scuola, ospedali, imprese tutto deve passare di lì. Se non fosse così allora la Campania tranne qualche testa calda con Lupara e Coppola non si potrebbe dire in mano alla Camorra: tertium non datur o “principio di identità” in Aristotele o del “terzo escluso”.

Se nelle stradine di Napoli le forze dell’ordine rincorrono un criminale la gente (o le persone?) ostacola gli agenti e non il malvivente. E perché? Non lo so, ma visto il periodo magari in quella stradina a Natale gli arriva il Panettone della Famiglia. Non ho idea… di sicuro hanno un motivo… se non fosse starebbero semplicemente fermi senza ostacolare alcuni. La Camorra spilla soldi, ma chi non lo fa al mondo? Forse che da noi qualcuno trova gente che non spilla soldi? Spesso ho la sensazione di qualcuno che mi fruga in tasca…

Non parliamo delle faide tra famiglie che vedono opposti fino al tradimento o ad un bagno nell’acido amici, fratelli, parenti, figli al padre. Credo impossibile a Napoli avere in casa un ospite che non sia della famiglia avversaria. Anzi, l’ospite magari viene di proposito perché della famiglia opposta.

E di famiglia in famiglia, di ospite in ospite, di amico in nemico, si crea anche in modo inconsapevole una “cultura mafiosa” fatta di omertà, pugnalate alla schiena, opportunismi, predicatori del bene da salotto, Leoni da tastiera, flussi di denaro, posti di lavoro, case ATER, ASL col pizzo. Una “cultura mafiosa” che pare appartenere (grazie al cielo) solo a Campania, Calabria e Sicilia.

Cambiano anche i Santi. Falso San Gennaro, vera la lingua di Sant’Antonio.

E se, come direbbe un altra massima, “tutto il mondo fosse Paese”? E se il virus avesse contaminato chi non è vaccinato,  per cultura e grado di civiltà, altri?

Il Gusto in arte

E’ il solito Blog, cioè 20 righe di “rimandi” e quindi il lettore non si aspetti uno sviluppo completo ed esaustivo. Il “Ruba Bandiera” della rete vuole poche righe e pochi minuti da consumare magari al rosso di semaforo. D’altra parte prima della rete non si leggevano nemmeno le 20 righe.

Scrivere sul “gusto” e i criteri del “gusto” richiederebbe fiumi di Pixel ma provo lo stesso dividendo il Blog in due parti: il gusto nell’arte e il gusto in politica. Il primo aspetto forse è più usuale mentre il secondo più attuale, ma anche poco discusso e apparentemente estraneo.

De gustibus non est disputandum oppure de gustibus est disputandum? Nessun imbroglio… non è il “latinorum” di Don Abbondio per fregare Renzo… anche perché Renzo si fregava facile anche senza “latinorum” e bastavano 3 Capponi per andare al Seggio gonfio di speranza salvo poi la solita truffa di sempre.

L’arte è legata al gusto, quindi a dei criteri personali, emotivi e soggettivi, ma il criterio del gusto dura ed ha senso fino alla civiltà aristocratica e prima quindi della civiltà di massa, borghese e industriale. Fino alla fine dell’800 un’opera artistica, musica, poesia, letteratura, pittura, disegno o delle arti minori (oro, ceramica, cristallo) poteva essere oggetto di gusto perché si trattava di arte per lo più molto diversificata in cui poter esercitare il gusto cioè dire che “questo mi piace più dell’altro”. Già con la stampa tipografica che non molto dopo diventa industria tipografica si trovano dei “format” che piacciono ai per lo più e che quindi hanno vendita, ma con minime differenze dove dire “questo mi piace più dell’altro” è molto difficile oppure un puro esercizio di invenzione ipercritica. L’arte pittorica contemporanea “concettuale” o “astratta” che sia è difficile dire se una tela con una striscia è più bella di una tela con un pallino. Oppure per distinguersi non manca mai la tela strappata e anche qui è difficile dire se è meglio la striscia, il pallino o lo sbrégo. E allora si tenta la strada dell’arte “minimalista”. Striscia, pallino, sbrégo o tela vuota? E poi alla “body art”. -mettendo insieme forme artistiche sincretiste ma dare significato al ragionamento. La “body art” è per adolescenti in crisi che sono troppo-magre-troppo-rotonde. E alloraa il gusto può essere esercitato tra strisca, pallino, sbrégo, tela bianca o il corpo nudo dell’artista?

Il ragionamento può essere per similitudine esteso alla musica, alla scultura, alla poesia e alla letteratura. Quindi “De gustibus non est disputandum” è verosimile ma non nella arte e nella cultura industriale di massa.

 

La leggerezza

Ci sono dei luoghi comuni che in un paio di settimane montano fino a diventare un paradigma e far parte dell’immaginario collettivo. Ora, non ho ricordo da poter datare quando il concetto di “leggerezza” sia nato ma lo colloco nel periodo di Milan Kundera e il suo romanzo sperimentale “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.  In Kundera la leggerezza sono tutte le scelte inutili e irrilevanti che l’uomo fa fino a scontrarsi con i grandi quesiti della vita in cui emergono i veri conflitti e la necessità di dare senso alla vita al di là della inutilità. Da un lato il bisogno di fare cose inutili e dall’altro la natura dell’uomo che un bisogno più radicale e profondo di trovare o conferire un senso.

E’ quello che spesso tracima dopo una notte di “sesso, droga e rock’n roll” cioè un vago disagio deprimente perché la percezione è che ci manchi e ci sia mancato qualcosa. Non certo il senso della serata cazzona, ma che quella serata sia stata una parentesi doppata scivolata via come acqua su un vetro. O, volendo calcare la mano con una forzatura che ha un aspetto solo semiologico, simile la diffusa depressione post-orgasmo dell’uomo. E con le donne che girano a me dopo… la voglia di aprire il cassetto e prendere il Revolver… (Non è vero… credo che però sia vero per loro… Anzi, credo sia un pensiero di entrambi nel XXI sec.).

Sigaretta…

In realtà stando ad elaborazioni più psichiche più serie e profonde la leggerezza ha un suo statuto ontologico molto importante e molto di più del semplice “fare cose inutili”. Leggerezza è tutto quello che salta la ragione e la razionalità, dove, essendo puramente calcolo, o porta alla rinuncia o alla conclusione di un 50 e 50 % di pro e contro. La leggerezza salta la ragione e va direttamente a interrogare il cuore sui veri desideri e da lì spiccano il volo grandi sentimenti che siano “convenienti” o meno. Che siano anche senza senso o che percepiamo già come “perdita”. A volte sembrano un’aurora serena ma già sappiamo di entrare in un campo minato o la solita “regione i confine”. Non è un bel vivere, potrebbe dire Kant (e forse l’avrà detto) ma uno dei tanti modi (per vivere).

 

Essere se stessi ed esistere

Va sempre premesso che nelle poche righe di cui un Blog ne fa obbligo per poter essere letto si possono solo dare dei cenni, dei nuclei di pensiero su cui riflettere e quindi rinviare a testi veri e propri.

“Essere se stessi” è una frase tanto ricorrente quanto oscura. Ormai più un modo di dire che un domanda, un po’ come il dire che “abbiamo il diritto di essere felici”. Retorica, si potrebbe dire, cioè frasi fatte ma inutili perché non c’è vera comprensione di quello che si dice e tale lo è per tutti. Anche Aristotele dice che scopo dell’uomo è la ricerca della felicità ma in cosa consista la felicità non lo dice. Che l’uomo debba essere felice lo sappiamo tutti, ma se dovessimo chiedere a qualcuno cosa vorrebbe per essere felice uscirebbero altre frasi fatte  – un vero amore, soldi per vivere, la Pace nel mondo o altre cose simili in cui nemmeno l’interrogato sa rispondere. Sul tema del dolore e quindi della felicità ci sono molte cose interessanti, davvero molto interessanti, di Salvatore Natoli, come questa che si può seguire qui.

Essere se stessi significa prima di tutto rapportarsi con se se stessi, ovvero conoscere noi stessi. Farci delle domande, metterci alla prova, sperimentarci, ma non è cosa facile per nessuno eccetto forse per il misticismo (Meister Echkart, Prediche e Sermoni).

La seconda caratteristica sta nel fatto che noi non siamo una realtà fissa ma un insieme di possibilità tra le quali l’uomo può scegliere. Non siamo delle semplici presenze perché noi siamo quello che scegliamo e il “progetto” che ci siamo dati la cui natura quasi sempre è inconsapevole, ma che esiste in tutti. Ma tra le possibilità l’uomo ha anche quella della “trascendenza”: “Appunto perché l’Esserci è essenzialmente la sua possibilità, questo ente può, nel suo essere, o “scegliersi”, conquistarsi, oppure perdersi e non conquistarsi affatto, o conquistarsi solo ‘apparentemente’” (M. Heidegger, Essere e Tempo). Ma scegliere se se stessi e conquistarsi, cioè sentire la propria vita come propria, con chiarezza, la forza e i limiti, non è facile, ma un scoprirsi di volta in volta nel Viaggio della vita. Viaggio che e sempre un “ritorno a casa” come Ulisse dopo una lunga odissea. Il tornare a casa vuol dire aver scelto se stessi, essersi conquistati. Viaggio in cui di giorno in giorno conosciamo con curiosità, sorpresa e meraviglia cose della vita e di noi stessi.

Questo, e solo questo, vuol dire esistere  – e non essere semplici presenze, massa, omologazione, moda, consuetudine, modelli culturali di altri.

Vuol dire “non stare con qualcuno” ma “esistere insieme, co-esistere, con qualcuno”. Unica vittoria vera sulla solitudine. (E primo piccolo mattone di una casa come la felicità).

Filosofia della musica moderna

Il caso ha voluto un “incontro” su Instagram  con la musica e i musicisti che per una vita hanno accompagnato pensieri, atmosfere, ricordi. E’ la musica che va dagli anni ’60 agli anni ’80. La musica dopo gli anni ’80 non la conosco, ma se sono le cose che ho sentito distrattamente è una musica “fracassona” e in questo forse esprime lo spirito del tempo.

Ma perché la musica degli anni che ho detto mi piace ed è interessante? Cosa la rende specifica e unica nel panorama della musica moderna? Quali spinte culturali ha in sé? Quale energia sprigiona, attiva, tanto da costituire quel “vitalismo” che molta letteratura, soprattutto Decadentista, vorrebbe rappresentare? E perché ha assunto un riferimento culturale anche per le nuove generazioni?

E’ un Blog e quindi come sempre sono costretto a schematizzare con cenni incompleti e poco sistematizzati  – frammenti.

Il primo aspetta è che si tratta di un’arte che ha rotto, con le sue disarmonie, i canoni estetici di compostezza, conformismo, perfezione e compiutezza. E’ un’arte che “denuncia” le disarmonie del mondo e soprattutto la frattura  – che tale resterà fino ad oggi –  tra i bisogni del soggetto e la società. Woodstock esprima l’idea di una generazione che “non ci sta”, che rifiuta anche nelle sue forme estreme, la “gabbia d’oro” in cui abitiamo che pur essendo di oro zecchino è pur sempre una gabbia. Ci hanno “comprato” con la tecnologia, il consumo e il benessere in cambio di un silenzio che si scioglie in un mondo di Pixel o televisione. I media fanno parte dell’industria culturale, cioè sono orientati al profitto di fine anno e in nome del profitto disposti a tutto: pecunia non olet. Le stesse case discografiche vanno sul sicuro e non certo sul talento. Stessa cosa le case editrici. Chiamarla “industria culturale” è una definizione ottimistica di T. W. Adorno. E’ una industria che invece di produrre bulloni produce parole ad hoc buone per ogni evenienza. Inventa assedi nazisti con 8 ragazzi e fumogeni di Capodanno. Fa un’inchiesta in cui gli italiani sono convinti di un imminente nazismo ma poi tutto si sgonfia sul reddito di cittadinanza. O sui soliti migranti che rovinano l’Italia come se invece i media ne favorisse la libertà e lo sviluppo.

Allora quella musica, quella che parte da Woodstock per arrivare sul finire degli anni ’80 si libera dal giogo dei contenuti e diventa veicolo di suggestione di libertà. E la musica incarna questo spirito di libertà  e di rottura perché “mentre le altre forme d’arte possono imitare il reale, l’ambigua e oscura semantica del linguaggio musicale fa sì che essa non sia mai descrizione obiettiva […] ma trasfigurazione della realtà” (T. W. Adorno).

(traduzione in inglese di Giovanni Celotto qui)

I pregiudizi della mente

Francesco Bacone (siamo nel 1600) è sempre stato un filosofo trascurato sia negli studi scolastici che accademici. In effetti così pare ad una prima lettura… e quando poi si arriva alla “ghiandola pineale” nessuno ha dubbi nell’archiviarlo come roba vecchia. In realtà lo si può ritenere il fondatore della medicina moderna e negli esami di “Storia della Medicina” della Facoltà di Medicina e Chirurgia se viene citato non trova mai lo spazio di più di tre righe. Il merito di dividere il corpo in organi è tutto suo e lo è quanto lo sono i reparti ospedalieri di ortopedia, nefrologia, neurologia e via di seguito. Quando entriamo in un ospedale non entriamo mai come “corpo” ma come organi in cui il medico stabilisce quali di questi è malato  – e andiamo nel reparto specializzato in quell’organo. Più o meno… Uscirne vivi dal reparto sarà solo culo. Una mia amica infermiera lo voleva scrivere sulla pista di accesso al PS di Treviso: “Avete avuto culo”. Non è così, ma non di rado lo è, e non per colpa di medici o sanitari, ma per la complessità della materia. La Casta dei Medici è come “La Casta” ma i medici sono milioni. “la casta” 600 persone. Al mio vicino di casa, che Dio lo abbia in Gloria, sono riusciti a dargli con una frattura completa della rotula 5 giorni di Tachipirina.

La parte più interessante di Bacone è la “dottrina degli idòla”, cioè lo schema dei pregiudizi della mente umana. Gli elenco:

  1. idòla tribus
  2. idòla specus
  3. idòla fori
  4. idòla theatri

1) i pregiudizi della tribù sono fondati sulla stessa natura umana e sulla stessa razza umana. L’intelletto umano per sua natura mescola e deforma tutto, ma funziona così. (Forse) per “natura” il nostro intelletto discrimina in neri e bianchi, in belli e brutti, in malati e sani. Per quanto la nostra mente sia sottoposta ad una “epurazione” di mescolanze, restano sempre i pregiudizi che per “natura” abbiamo. Possiamo mettere scale, scivoli, bip ai semafori, braille ovunque che forse per “natura”…

2) i pregiudizi della spelonca sono i pregiudizi dell’uomo in quanto individuo. Per quanto uno cerchi di liberarsi l’educazione, la conversazione con gli altri, la lettura di libri (su questo Guzzanti a Mai dire Talk, presenza intelligente, non ha detto uno sciocchezza) e dall’autorità di chi li scrive, onorati e ammirati, aggiungono altri pregiudizi, o tanta confusione.

3) i pregiudizi del foro, cioè della piazza, del mercato, del commercio in cui gli uomini si associano attraverso un linguaggio “collettivo” in cui ci si deve adeguare per stare nel consorzio umano.

4) i pregiudizi del teatro sono racconti da Bacone in tutte le filosofie, sètte, e circoli scientifici in cui vengono costruiti dei mondi che non esistono e buoni solo per un Palcoscenico di teatro.

Gli ultimi 3 pregiudizi sono “storicizzati”, cioè cambiano ma restano in forme diverse. Il pregiudizio 1) resta, e resta per sempre come parte della nostra natura umana.

Il mito della ragione e della scienza

Nei “Miti del nostro tempo” (U. Galimberti, Feltrinelli – Milano – 2009) pare sfuggano due miti che pure scorrono un po’ tutto il pensiero, per lo più ermeneutico, di Umberto Galimberti. Il mito della ragione e il mito della scienza. Alla ragione, come del resto in Montale, viene attribuito il ruolo, seppure debole, per poterci orientare nel mondo delle cose, cioè il principio aristotelico di “non contraddizione” tale per cui una cosa è se stessa e non altro. E’ vero. Il “lume della ragione” è però un “lume” cioè una luce fioco che illumina in modo confuso, non netto e neppure lontano, ma è tutto quello che abbiamo per stare al mondo  – e spesso manca anche questo. Galimberti gli attribuisce il valore di uno “strumento potentissimo” e se lo è “in potenza” non credo lo sia “in atto” sempre per restare con Aristotele. Non lo è perché pur essendo la ragione puro calcolo è sottoposta a contaminazioni della sfera emotiva che tutti i media e gli influencer ben conoscono.

Sul mito della scienza forse qualche parola in più. La scienza, come la religione e come il comunismo, si sviluppa su un tempo rettilineo e teleologico. Il telos della religione e del comunismo , due religioni il cui “spettro si aggira” è il paradiso in cielo o il paradiso in terra. Il fine della scienza è di guarirci da tutti i mali e chissà, magari dal male dei mali della specie umana, cioè dalla morte – peccato che la morte non sia il peggiore dei mali. Al collasso del Pianeta tutto sommato ci credono in pochi perché inconsciamente siamo sicuri che la scienza con chissà quale nuova diavoleria ci salverà.

Qui allora la scienza non è più tale ma un nuovo mito. Le viene attribuito un valore demiurgico o di onnipotenza come al Dio dei cristiani o a qualsiasi altro dio non cristologico. La scienza non ha nel mondo lo strapotere (sacrosanta) che le viene attribuito. E’ solo uno dei tanti strumenti inventati dall’uomo per sopravvivere in un ambiente spesso ostile. (Dialogo di un islandese con la natura, Operette – Leopardi).

Così P.K. Feyerabend, epistemologo, matematico e filosofo anarco-dadaista: “[la scienza] la Ragione si unisce infine alla sorte di tutti quegli altri mostri astratti come l’Obbligo, il Dovere, la Morale, la Verità e i loro predecessori ben più concreti, gli Dei, che furono usati un tempo per incutere timore nell’uomo e per limitarne il libero e felice sviluppo.” (Paul K. Feyerabend, Addio alla Ragione – Torino).

Naturalmente l’aspra critica di Feyerabend  non è anti-scientifica, anzi…  Solo restituendo alla scienza il suo vero ruolo, al di là del mito di cui ne assunto il valore, potrà svilupparsi nella sua più completa potenza e possibilità.

(testo tradotto in inglese qui)

La “teoria della catastrofi”

Il termine “catastrofe” ha subito una modificazione di significato intorno al ‘500 connotando un qualcosa di disastrofilo. In realtà il vero significato è greco cioè di katastrophé (rivolgimento, cambiamento, mutamento). Solitamente preceduto da krisis che assume uno stato di instabilità, dubbio, incertezza.

Un matematico e filosofo francese, René Thom, suggerì una teoria matematica della morfogenesi, cioè dei mutamenti di forma, nei sistemi dinamici. Matematica e filosofia (Platone e gli enti matematici) hanno un ottimo accordo. Matematici e filosofi molto meno, spesso dicendo le stesse cose con prospettive diverse.

La teoria delle catastrofi parla quindi di sistemi che mutano attraverso quelle che Thom chiama “catastrofi elementari”. Tralasciando la parte matematica del modello catastrofista, un brillante tentativo di applicare il modello stesso ai fenomeni sociali e personali in cui vi è discontinuità, fratture, cambiamenti.

Il modello fu applicato anche ai fenomeni tellurici in cui c’è un “punto critico” che precede la catastrofe o il cambiamento. Le faglie scivolano, si spostano attraverso “catastrofi elementari”, raggiungono il “punto critico” che sprigiona in modo violento e “inarrestabile” il cambiamento. Bastano pochi centimetri o metri  – insignificanti nell’ampiezza terrestre –  per determinare un rovesciamento, rivolgimento “sconvolgente”. Il paesaggio di prima scompare, distrutte case, lavoro, progetti di vita, vite umane  – per sempre. La ricostruzione, anche in quei rarissimi casi in cui ha luogo (il Friuli) lascia ferite insanabili. Ricordi indelebili. Immagini ingovernabili che scorrono nella mente. “Ricominceremo come prima  -dicono i terremotati davanti al microfono e alla stessa domanda ‘e adesso cosa farete?’ ” – ma nessuna traccia sul viso di ottimismo e nemmeno speranza che si sa… è davvero l’ultima a morire.

 

Solo pochi centimetri.

Un gesto.

Un sorriso.

Un incontro di poche ore  -mancato, anticipato o tardivo.

(E il paesaggio di prima scompare. Impossibile pensarlo come prima.)

Prendersi Cura degli altri

Martin Heidegger, che resta sempre un punto di riferimento inevitabile nella cultura contemporanea, affronta anche il tema della solitudine e della Cura. Come sempre, le poche righe di un blog, possono solo suggerire interessi, ma non svilupparli.

Sul tema della solitudine Heidegger distingue “l’essere insieme” forma che egli definisce inautentica, e il “co-esistere” cioè esistere insieme, nella forma autentica dell’uomo. L’essere insieme è solitudine e cercare altri per essere con qualcuno ne è la sua forma più drammatica. Sentirsi da soli e andare in un locale “perché lì trovo gente” resta sempre solitudine, ma aggravata dal feedback negativo inconsapevole che dopo un bagno di folla si è ancora da soli. Oppure sentirsi soli perché non si ha una fidanzata. Il vedere la propria solitudine come il bisogno di una fidanzata/o non può che avere un esito tragico sempreché non sia una fidanzata con la quale “co-esistere” (o il vero amore) cosa mai vista. Anzi, di sconfitta in sconfitta si scivola in situazioni ancora più drammatiche senza più via d’uscita.

Il tema della Cura in Heidegger parte da questa fondamentale considerazione (schematizzo per brevità).

“La totalità delle determinazioni dell’essere dell’uomo  -scrive Heidegger – viene compresa nell’unica determinazione della Cura. La Cura è la struttura fondamentale dell’esistenza. Poiché infatti fu la Cura che per prima diede forma all’uomo, la Cura lo possiede finché esso vive” (Heidegger, Essere e Tempo).

Il prendersi Cura di qualcuno pertanto non solo realizza la nostra condizione originaria umana, ma consente la vita degli altri in un processo circolare, cioè di Cura in Cura e di generazione in generazione. Ovvero oggi mi prendo Cura di Francesca, Renata o Giovanni e a loro volta si prenderanno Cura di altri. Oppure, come accade spesso, i ruoli si rovesciano e sarà Giovanni (tutti nomi a caso) a prendersi Cura del curante.

Il prendersi Cura di altri è “terapeutico” per sé perché restituisce all’uomo un aspetto della sua natura originaria e lo avvicina alla sua natura propria che Freud nel “Disagio della civiltà” vede come il vero “disturbo nevrotico” della contemporaneità. Nevrotico non perché si bevono troppi caffè, come comunemente si dice, ma perché ci sono 2 pulsioni in conflitto e opposte: quello che ci piacerebbe, che ci darebbe piacere, fare e quello che invece la società civile ci impone di fare.

Personalmente, forse aggravato dalla “singlitudine”, non mi è mai stato possibile prendermi Cura di qualcuno nelle varie forme possibili in cui mi è possibile o nelle varie forme in cui all’uomo gli è possibile a partire dalle proprie specificità personali.

Lo schema completa il concetto di Cura in Heidegger, ma qui posso solo inserire lo schema e non certo sviluppare tutti gli aspetti della Cura.