I tre sessi della nostra antica natura

“La natura nostra d’un tempo non era quella che è oggi, ma ben altra. Prima cosa: i sessi erano tre, non due come ora, maschio e femmina; ma ce n’era di più un terzo, che li assommava ambedue e che, oggi, tranne il nome, è scomparso. L’androgino era allora un sesso a parte e prendeva in comune dagli altri due, maschio e femmina, e la forma e il nome.” (Aristofane)

Così racconta Aristofane, commediografo della Grecia antica, di un mito.

La prima cosa da dire è la distinzione tra natura e cultura, tra natura ed educazione. Il mito ci parla di un qualcosa che va molto al di là delle passioni e dell’Eros, ma più originario, anteposto alle passioni. Con il tempo, la storia, la cultura e l’educazione l’amore ha perso la sua vera natura umana per diventare ben altro.

L’androgino che comprendeva in sé i due sessi era per natura superbo, aggressivo e vigoroso tanto da sfidare più volte i cieli e da preoccupare Zeus. Crono suggerì l’idea di dividere l’androgino in due sessi sia per indebolirlo nella sua aggressività sia per moltiplicarne la specie. Ma in noi resta questa antica natura androgina che G. Jung spiegherà con l’ambivalenza maschile e femminile che tutti noi abbiamo. Ma Jung è anche attento al mito narrato da Aristofane ossia all’aspetto culturale ed educativo che sopprime la naturale ambivalenza di una parte maschile e femminile in tutti noi. Non dobbiamo pensare, come a prima vista potremo fare solo all’aspetto sessuale, ma in modo più ampio alle “caratteristiche” femminili o maschili di un uomo o di una donna. Una donna può essere pienamente e consapevolmente eterosessuale , ma con un temperamento in parte maschile. Un uomo pienamente eterosessuale ma con un carattere in parte femminile  – quand’anche possa esprimere una chiara preferenza per la gaytudine. Sono quegli aspetti che le persone “volgari” (grossolane, rozze, prive di ogni qualità) identificano come “sicuramente gay ma che non sa di esserlo”  – ovviamente lo sanno loro.

Poiché allora ognuno di noi essendo solo metà diventa un “simbolo” (un simbolo “rappresenta” una entità, un’idea, una condizione, ma non è nulla di pienamente tale… la mappa e il territorio…) l’amore ci spinge a ricercare l’altra parte di noi ed è una “forza” come la chiama Platone alla quale non si può resistere od opporsi. E’ una “forza” che non è solo circoscritta alle passioni sessuali, ma molto ampia, estesa. Le passioni sessuali passano in fretta e ci lasciano sempre delusi o amareggiati se non si estendono ad una dimensione più ampia e olistica. Allora pensiamo che suonando di campanello in campanello alla ricerca di passioni sessuali da poter dissetare il nostro desiderio che brucia l’intero corpo di suonare finalmente alla porta giusta per poi rassegnarci ad un realismo coniugale e famigliare che è solo stato una “ricerca sbagliata” di un “oscuro oggetto del desiderio” per dirla alla Bunuel.

Ma la “forza” anche quando siamo dichiarati “per sempre uniti nella buona e nella cattiva sorte” continua a ricercare l’unione originaria nelle varie forme che tutti conosciamo. Paolo e Francesca è la solita menata di ogni giorno che Dante ha nobilitato con una sofferta punizione infernale.

Il desiderio di unirsi con la donna o l’uomo perduti allontanandosi sempre più dalla loro natura sarà quello che Aristofane stesso  definisce il “Diventare l’uno con l’altro una medesima cosa, in modo da non lasciarsi mai né notte né giorno”. L’amore sia quello vero che ritrova se stesso sia quello di un puro abbaglio chiede immancabilmente la promessa del “per sempre”. E nel momento stesso in cui la chiede, più per convincere se stesso che l’altro, è chiaramente un bidone. Quando una donna o un uomo vi chiede il “per sempre” lasciate perdere. Avete sbagliato campanello.

Del vino e dell’hashish (seconda parte)

E’ quindi forse il caso (nelle poche righe di un Blog per sua natura incompleto) di contestualizzare meglio il significato originario del Decadentismo da atteggiamenti esistenziali contemporanei  – non molto dissimili dalla Scapigliatura –  in parte costruiti ad hoc ma in parte anche oggettivi in un Occidente che come molti vedono in inesorabile declino  – nichilismo, lavoro, futuro, crescita economica, progresso sociale, flussi migratori, acqua, risorse planetarie.

Tralasciando l’aspetto Decadentista che percepisce e intuisce la tragedia della Prima Guerra, sfuma il Romanticismo e progressivamente si fa strada il Decadentismo. Gli aspetti idilliaci del Romanticismo, compreso “l’arido vero” delle Operette di Leopardi, lasciano inspiegabile una parte della realtà umana interiore e psicologica per nulla idilliaca e composta che si realizza nella tensione verso l’infinito di Friedrich Schelling -o ancor prima di Fichte-  che più compiutamente prende forma nell'”idealismo trascendentale”. Il Decadentismo non è solo una spietata critica alla civiltà borghese ma soprattutto un netto rifiuto del positivismo. La fine degli ideali della Rivoluzione Francese del 1789 e le “mostruosità” della scienza espresse nel romanzo gotico (Frankenstein).

Il Decadentismo cerca altre “chiavi di accesso” per scoprire gli stati più profondi della coscienza dell’uomo dove si annidano zone buie, abissi sconosciuti e il male (dei Fiori). Una stagione all’inferno di Arthur Rimbaud (Roberto Vecchioni – Arthur Rimbaud) è un viaggio nelle zone più recondite di se stesso, nella notte dell’agoscia, ed è un poema che sembra più il Taccuino di uno psicanalista con frammenti di incubi, sogni e codici onirici la cui decifrazione ancora oggi resta in ampia parte mistriosa e tutta da interpretare. Ma per giungere in queste zone bisogna abbassare il livello della coscienza e della razionalità, ecco quindi il senso del vino e dell’ hashish, del perverso, della malattia, della follia   – la “follia del Sacro” come la definisce U. Galimberti. Nessun atteggiamento “fricchettone”, strambo o “spostato” ma un necessario tuffo nel “male” come condizione primaria per uscire dall’inferno e rinascere con piena consapevolezza verso altri abissi, ma questa volta “abissi luminosi” di una vita riconquistata (a nuova vita) nella sua completa intierezza e coscienza di sé.

Del vino e dell’hashish (prima parte)

La simpatia che riscuote il Decadentismo soprattutto negli ultimi 30 anni forse vale la pena di metterla a fuoco e concettualizzarla  – concettualizzare vuol dire avere un concetto confuso, contraddittorio e poco chiaro e tracciarne con chiarezza i contorni portandolo alla luce.

Tralasciamo la parte scolastica su origine del termine, significato originario e autori che su Wiki sono scritti meglio di quanto possa fare io.

Richiamiamo invece alcuni ma non tutti i temi tipici della letteratura decadentista: l’ammirazione per tutto quello che è la fine, la perversione, la crudeltà, la sensibilità nevrastenica ed esacerbata, la malattia, la morte, il vitalismo, il rifiuto della normalità ipocrisia e perbenismo borghese, l’esteta, l’inetto a vivere, la donna fatale, il fanciullino, la velleità e la fascinazione della morte, la psicologia complicata. Tralascio il superomismo perché D’Annunzio ne dà una sua personale interpretazione quasi opposta a quella di Nietzsche.

Il verso puro, la musicalità del verso, il vino e le droghe.

Alcuni di questi temi hanno avuto grande fortuna, ma come imitazione. Il vino, le droghe, il fascino della morte, la sensibilità nevrastenica, la psicologia complicata. Oggi bere fino al vomito fa tanta sofferenza e drogarsi è perché viviamo in un mondo di merda. Le gare dei ragazzi sui binari o sui cornicioni è fascino della morte, rifiuto della normalità. Vuoi mettere un cornicione con un banale e borghese marciapiede? Vuoi mettere un buon bicchiere di vino o vomitare nel SUV di papà con la mamma il giorno dopo: “Quanto soffre quel ragazzo… colpa di quella cretina di prof. …”.

Conversazione tra due laureandi, futuro ceto politico, dirigente e intellettuale di questo Paese.

– “Com’è andata ieri sera?” chiede un ragazzo di legge alla sua amica

– “Sì… dai… benino”

-“E Margherita?”

-“Povera… non ti dico… in ginocchio strafatta ha vomitato anche l’anima… si vede che sta male… eh…”

Povera Margherita. (Forse) non sa i privilegi e il lusso che ha. Ovunque nel mondo a 12 anni sono in miniera, o milioni di piccole manine che assemblano Smartphone.

Intellettuale di sinistra con 2 lauree e femminista su PornoHUB:

-“Scopami più forte… porcoddio…” pare che la “trasgressione” del “popolo dei sofferenti” abbia preso in alcune donne la forma dei porconi. Non vi è dubbio: “Un porcoddio vi sepellirà” (era “una risata vi seppellirà”… credo, se ricordo bene, Foucault).

Il maschile è uguale. Quando si tratta di una “parità al ribasso”  – invece del superuomo di Nietzsche – nessuno si tira indietro. Una grande marmellata “borghese” che è in realtà il vero bersaglio del Decadentismo. Ho provato come nella canzone di Paolo Conte della ‘morte contadina’: “Vieni con me a bere un’aranciata”. Lo stupore si nasconde: “ok… io però bevo uno Spritz”.

La perversione è stata ridotta alla sola perversione sessuale. Eh… mica sono banale… sono perverso… manette sul letto e poi… nel panico chiamare i Vigili del Fuoco a smanettare i due “perversi”. Oppure al Pronto Soccorso tra le risate (dopo) dei medici.

(contnua)

Scordavo. Se passate Sabato 10 Novembre a Fabriano (Ancona) dalle 23.30 in poi offro a tutti un’aranciata.

Cercare e “lasciare che accada”

Cercare e ricercare sembra essere la vera natura dell’uomo. Già lo aveva individuato Ariosto nell’Orlando indicando tutti i personaggi in un movimento circolare e tutti cercavano qualcosa, ma nessuno riusciva ad avere quello che cercava. Ariosto non poteva che concludere in termini “moralistici” ovvero che l’uomo cerca cose futili. Non indicava o forse non ricordo quale doveva essere l’oggetto della ricerca.

Al di là di questo, forse una “conclusione aperta” ad indicare che tutti cercano a loro modo qualcosa. Centrava in pieno, però, quella che potrebbe essere la vera natura dell’uomo, cioè la ricerca e se non c’è nulla da cercare se lo inventa.

L’uomo quindi cerca, ma se cerca vuol dire che non ha l’oggetto ricercato e quindi è in una situazione di infelicità o disagio.

La cultura Occidentale è continuamente alla ricerca ed ha anche trovato molte cose. Anche un Pianeta di ghiaccio prima sconosciuto o sconosciuta la sua vera costituzione chimico-fisica.

Eppure nonostante i secoli di ricerca continua da parte dell’uomo la condizione umana è sempre più di minor dolore ma di maggiore sofferenza. Gli antichi avevano grandi dolori, ma non la sofferenza diffusa e così forte di oggi. E non è detto che conoscessero meno cose, ma ne conoscevano forse molte di più ma di natura diversa. Per certi aspetti si riprende il Freud del Disagio della Civiltà ovvero che più l’uomo si è allontanato dalla natura dandosi leggi e una strutturazione civile più è aumentato il suo disagio.

L’orologio della storia o lo “spirito che si incarna nella storia” come direbbe Hegel non può essere messo indietro. Un po’ come quelle stradine strette e a senso unico che appena svoltato capisci di aver sbagliato, ma ormai devi solo andare fino alla fine.

Potrei dire che forse l’uomo cerca l’immortalità, ma lo invento io senza trovare conferme in nessuna autorità scientifica o filosofica e quindi conta come il due di spade quando briscola batte bastoni.

Di sicuro si può dire che gran parte del disagio dell’uomo deriva da questa incessante ricerca. Che sia ricerca di denaro o di spiritualità cambia poco. La ricerca in sé dà sofferenza perché ci spinge sempre verso una tensione che non ci appartiene, faticosa e spesso inutile.

Ma anche avendo chiaro cosa cercare, cosa che dubito essere chiara per tutti, la stessa ricerca dell’oggetto cercato ce ne vieta l’accesso. Entra in noi un’ossessione verso una meta, un punto fisso sul quale focalizziamo tutto noi stessi quasi in maniera “ipnotica”.

Nella cultura Orientale  -schematizzo brevemente come è d’obbligo in poche righe di un blog ma ho in testa il taoismo- non si cerca ma si è aperti a ciò che “accade”. L’orizzonte nella cultura orientale è visto in tutta la sua estensione quasi a 360 gradi  – pessimo modo di dire ma usuale. L’apertura mentale quindi è piena e disponibile ad accogliere non solo l’oggetto ricercato, ma anche un altro a volte migliore di quello che non cerchiamo. Nel taoismo la ricerca è sempre vana perché esclude parte del mondo e della realtà. Le cose “accadono” ma per cogliere ciò che accade bisogna essere nella situazione emotiva dell’accoglienza.

Un po’ come quando “cerchiamo” una donna da amare. Di locale in locale, di notte all’alba, nella spiaggia estiva. Nulla. Entriamo in un autogrill per una sosta di un viaggio noioso e ci “accade” di innamorarci di una ragazza dietro il banco che stappa 7Up  -come nella canzone di Guccini “Autogrill”.

Guccini – Autogrill

La Religione e la civiltà come origine del disagio collettivo

Non credo in Dio. Ma soprattutto non ho fede. Sono due cose diverse. Il dubbio sull’esistenza di Dio chi non ce l’ha? Qualcuno con un minimo di buon senso può essere certo o dell’una o dell’altra cosa?

La fede è una passione, un sentimento che spinge verso Dio. La fede, come l’amore, l’affetto vero, la stima e molti altri sentimenti o c’è o non c’è. Non possiamo inventarlo, non possiamo “cercarlo”. Cercare di avere fede sarebbe come cercare di amare una donna: impossibile. La fede religiosa l’ho persa a 16 anni in una decina di minuti davanti ad una scena tragica della vita. Poche ore dopo ho realizzato di non avere più fede e di non credere nell’esistenza di Dio.

La fede è sempre una risorsa e sia pure come illusione in qualche modo fa quadrare i conti soprattutto quelli inspiegabili e dolorosi. Dà anche senso alla vita la quale diventa un percorso e caparra per una vera vita, quella eterna.

Freud, benché in ampia parte superato, ma direi “ampliato ed esteso” a cose che il medico viennese aveva trascurato, attribuisce alla religione uno degli aspetti del disagio della civiltà e dalla religione l’origine di molte psico-patologie.

Forse è bene richiamare e ricordare gli aspetti negativi che vengono attribuiti alla religione e senza nessun intento da parte mia di convincere qualcuno a qualcosa. Proprio perché non devo fare “proselitismo” di me stesso queste righe sono solo un frettoloso ripassino destinato a chi nella vita non ha il tempo di potersi informare o leggere alcune cose. Cerco di pormi come Giovanni Verga “narratore esterno” peraltro nella convinzione che nessuno abbandonerà mai “l’ostrica salda sulla roccia”  – sempre parafrasando Verga.

In L’avvenire di un’illusione (1927) Freud dichiara la religione come “nevrosi ossessiva universale dell’umanità” e ne giustifica l’esistenza come forma di protezione dalle minacce e dai pericoli cui l’umanità è sottoposta e quindi in netta contrapposizione alla psicanalisi che cerca di sradicare illusioni per far emergere le vere e reali problematiche interne e quindi di poterle affrontare, gestire o risolverle.

I divieti religiosi nel sopprimere le pulsioni naturali dell’uomo creano una nevrosi, cioè un conflitto tra spinte e pulsioni tra la loro libera espressione naturale e i divieti religiosi. Subito dopo la religione l’uomo si “lancia” in una impresa extra-naturale allontanandosi sempre più dalla sua natura naturata e quindi costretto a darsi leggi, istituzioni e una moltitudine di vincoli per favorire la vita sociale che diventa solo co-esistenza. Le pulsioni schiacciate tra essere e dover essere, quindi trasformandosi in un conflitto nevrotico, diventano aggressività, violenza, distruttività. Freud assume per vera la definizione di Aristotele che l’uomo tende a cercare solo la felicità, ma proprio la ricerca della felicità con regole religiose e norme di legge, renderà l’uomo ancora più infelice. Introduce il senso di colpa (il timore di aver inosservato certe regole ma solo il timore e non la violazione effettiva delle norme). Creando il Super-Io cioè un apparato di divieti religiosi e sociali l’IO è costretto a rovesciare tutto su se stesso l’aggressività, l’odio, la distruttività piuttosto di destinare tutto questo sul vero bersaglio che ci “vieta di vivere”. Oppure invece di rovesciare tutto questo su noi stessi su un bersaglio che viene identificato come responsabile, ma che non lo è perché il bersaglio vero è intoccabile.

Tra la pulsione di vita e la pulsione di morte l’avvenire di queste illusioni porterà ad una conquista sempre più difficile di Eros e quindi lo strapotere di thanatos  – la pulsione di morte. Ogni divieto è destinato ad aumentare il desiderio dell’oggetto vietato. Paradossalmente è il divieto a creare il desiderio che poi punisce con la norma.

Mai come negli anni del Proibizionismo ci fu così tanta richiesta di alcolici.

Strada dalla quale l’umanità non può più tornare indietro.

Quando i nobili sembrano cretini

“Tutti i nobili e magnanimi sentimenti appaiono alle nature volgari come inadeguati al fine e perciò
innanzitutto come non degni di fede: costoro ammiccano allorché sentono parlare di
cose del genere e sembrano voler dire «ci sarà pure in tutto questo qualche buon
tornaconto, non si può vedere attraverso ogni parete»: costoro sono sospettosi verso
l’uomo nobile, come se questi cercasse il suo tornaconto per vie traverse. Se poi
anche troppo chiaramente sono persuasi dell’assenza di tali profitti e intenzioni
egoistiche, l’uomo nobile appare ai loro occhi una specie di mentecatto: lo
disprezzano nella sua gioia e ridono dello splendore dei suoi occhi. «Come ci si può
rallegrare del proprio svantaggio? Come si può ad occhi bene aperti incorrere nel
proprio svantaggio? Al nobile sentire deve essere connessa un’infermità della
ragione» – così pensano costoro, non senza uno sguardo sprezzante: allo stesso modo
spregiano la gioia che nasce nel folle dalla sua idea fissa. La natura volgare è
qualificata dalla circostanza che essa tiene costantemente sott’occhio il proprio
vantaggio e che questo pensare ad uno scopo, ad un vantaggio o ad un utile, è in
essa persino più forte dei più forti istinti: non lasciarsi disviare dai propri istinti in azioni inadeguate al fine: questa è la sua saggezza e il suo amor proprio. Paragonata ad essa, la natura superiore è più irrazionale – poiché l’uomo nobile, magnanimo, pronto al sacrificio, soggiace, in effetti, ai suoi istinti e nei suoi momenti migliori la sua ragione fa una pausa. Un animale che a rischio della propria vita protegge i suoi piccoli o che quando è in calore segue la femmina anche nella morte, non pensa al pericolo e alla morte, la sua ragione fa parimenti una pausa, poiché il piacere della sua covata o della femmina e la paura di essere depredato d’un tale godimento lo dominano completamente: esso diventa più stupido di quanto già non sia, al pari dell’uomo nobile e magnanimo. Costui possiede alcuni sentimenti di piacere e di dispiacere talmente vigorosi che di fronte ad essi l’intelletto deve tacere oppure ridursi al loro servizio: al posto del cervello subentra allora in lui il cuore e si parla ormai di «passione».”

da La Gaia Scienza (F. Nietzsche)

Come cani randagi in nome della specie

A guardare gli uomini e cercarne il motivo della loro esistenza alla radice c’è sempre e unicamente un unico desiderio, un’unica volontà, un’unica (inconsapevole) motivazione: conservare la specie. E questo è un istinto imprescindibile che appartiene, scolpito in modo indelebile, nello stesso DNA fin dal momento in cui siamo venuti al mondo. Forse è quel “SI’ originario alla vita” di cui parla Salvatore Natoli.

E a guardare meglio ancora, anche il malvagio, se non il criminale, fanno parte di una “economia generale” rivolta alla conservazione della specie benché sia difficile tracciarne il senso e la linea che porta dal crimine alla conservazione della specie.

La realtà stessa ne è un’ evidente “prova empirica”. La storia dell’uomo va di guerra in guerra e la pace è solo la preparazione di un’altra guerra che oggi la civiltà della tecnica rende nelle forme diverse da quelle tradizionali, ma non meno micidiale.

Se Hobbes avesse avuto ragione la nostra specie sarebbe estinta da milioni  di anni. Oppure, in modo ancora più evidente, potremo anche dire che nonostante Hobbes avesse ragione ancora la nostra razza esiste e in alcuni Paesi anche con il controllo delle nascite. Oppure, forzando ancora di più il ragionamento che il crollo della natalità in Europa ha trovato la strategia della Globalizzazione ovvero di flussi migratori inarrestabili da altri Paesi verso l’Europa. Vanno bene anche gli uteri in affitto pur di favorire la figliazione. Nessuno può vivere a detrimento della specie. Le tutele normative delle donne, mai viste prima al mondo tanto da far girare tutti i maschi con il registratore dello smartphone in tasca (e le donne immagino a fare la medesima cosa a tutela di questo Orco sanguinario) hanno fatto della donna una “incubatrice” privandola del tutto della sua femminilità, carnalità, naturalità, spontaneità e naturalezza. Più “Donna Agelicata” che “Lisabetta da Messina” del Boccaccio. Le donne esultano ad ogni legge in loro difesa, ma ogni legge di tutela le danno un configurazione “Sacra” e non “femminile”. Gli incontri che dovrebbero essere di conoscenza, di affetti e di qualità degli affetti, nascono già viziati e forse già finiti. Più attenti a vedere se il telefonino registra che alla conversazione. Una persona di mia conoscenza ha usato addirittura le telecamere di sorveglianza dei suoi locali prima di strappare un “SI” consenziente. Dio mio spero sia una cosa esagerata, ma oggi può accadere di tutto in ambo i generi proprio perché invece della fiducia si va col registratore. Un clima di sospetto che non nuoce solo la donna e l’uomo, ma i “diritti della persona”, persone non più libere di “incontri” nel Viaggio che stiamo attraversando, ma persone in “sala di registrazione”. E quindi crollo dei matrimoni e “divorzio breve”. Ma chi si fida più? Al minimo dubbio si mettono in moto sospetti e timori senza fondamento che già nascono con la prima registrazione. La fiducia la si ottiene solo se la si concede.

Qualsiasi morale o qualsiasi religione in difesa della vita non hanno senso perché arrivano milioni di anni dopo che la specie ha già trovato il modo di garantire se stessa. I “movimenti per la vita” sono non sanno che la vita con loro o senza di loro va avanti da milioni di anni. La legge sull’aborto è passata come legge del crimine contro la vita quando in realtà è una legge a “tutela di una maternità consapevole” cioè di una maternità che vuole garantire la nascita con la consapevolezza di dare ancora più valore che la nascita possa snocciolarsi lungo un cammino che favorisce la specie.

E questo, e solo questo, è il senso della vita  -posto che possiamo chiamarlo “senso della vita”. In realtà non ha senso se non quello di mantenere con un istinto genetico la specie. Possiamo cercare mille modi di dare un senso alla vita, soprattutto nella fase dell’adolescenza, ma troveremo solo il senso che può avere un filo d’erba, una pianta selvatica, un cane randagio che gira a vuoto in attesa di un pasto per vivere e di una “fecondazione programmata” senza rose, corteggiamenti o moine.

L’amore narcisistico

Credo che sull’amore sia stato detto e scritto di tutto, eppure è una domanda sulla sua natura che ciclicamente ritorna come un’ossessione.

Un aspetto delle varie analisi, che a me pare non molto diffuso e conosciuto, è l’interpretazione che ne dà Freud e freudiani come “amore narcistico”. Il mito di Narciso viene riferito da Freud nello specchiarsi per vedere se stessi.

Davanti ad uno specchio vediamo noi stessi e l’immagine è dritta, ma rovesciata. Vediamo noi stessi, ma anche i nostri difetti, limiti, insufficienze, paure e inompletezze. Il nostro amore è quindi rivolto a chi ha quelle caratteristiche che noi sentiamo di non avere. L’amore in Platone è “penia”, cioè povertà, ovvero mancanza  -mancanza che cerchiamo di colmare nell’altro e con l’altro. E ovviamente l’amore è corrisposto se noi rappresentiamo nell’altro quello che egli non ha. Un amore rifiutato, quindi, non è mai il rifiuto della persona, anche se noi lo viviamo immancabilmente così con tutte le tragedie fuori luogo del caso, ma rifiuto della “relazione”. Andrea vede in Elena la propria “completezza” ma Elena non vede in Andrea quello che cerca e la completa. Elena quindi non rifiuta Andrea, ma molto più banalmente e inconsapevolmente prende atto che Andrea non può soddisfare le sue mancanze, limiti, debolezze. Andrea che già come maschio capisce poco le cose dell’amore per una limitata struttura neurologica ne fa una tragedia come Ortis o Werther.

Insomma la cosa peggiore che ci possa capitare, e che di solito viene considerata come unica e miracolosa, è di incontrare “uno come noi”.

E fin qui è normale crona nera o rosa della stampa.

Tutto si complica quando Andrea corrisposto invece da Gabriella al primo fascino di una unione completa e “integrale” inizia a scivolare verso l’odio per Gabriella proprio perché lei ha quello che lui vorrebbe avere, ma non può. Ecco perché non c’è mai amore senza odio  -dice sempre il viennese-  oppure odio senza amore. L’amore nella continua tensione polare genera conflitti, gelosie, sensi di perdita. Dopo Freud alcuni quindi diranno che l’amore non esiste se in esso vi è sempre una componente odiosa. Diranno che l’amore è sempre amore di sé, narcisistico, dove l’altro è “funzionale” nella compensazione psicologica. Ma l’amore “funzionale” non è nemmeno questo “amore” ma “calcolo” inconsapevole.

L’amore quindi non è mai “agàpe”, cioè incondizionato, ovvero senza nessuna condizione. Ha sempre delle “condizioni” e violare le condizioni disfà lo stesso “simulacro” e ritorna ad essere “penia”, mancanza. L’amore è sempre amore solo di se stessi.

Anima e tecnica

Assumo il concetto di “anima” nel significato odierno e non in senso platonico cioè in opposizione alle cose certe e matematiche. Per anima oggi si intende, soprattutto nella religione giudaico-cristiana, cioè che si diversifica dal corpo e quindi una qualcosa di molto ampio, esteso, senza confini tale che si potrebbe definire “tutto quello che è privo di fisicità”.

Il predominio dell’anima finisce probabilmente con la civiltà industriale e la seconda rivoluzione industriale e con essa il declassamento della figura del poeta, del letterato, del musicista e dell’artista in generale.

L’ anima si esprime in mille parole, in mille significati, gesti, atteggiamenti, sfumature. Anche una semplice dichiarazione d’amore trova espressione, immancabilmente, in lunghi discorsi, motivazioni, ragioni e motivazioni. E dopo qualche mese l’amante chiede: “Sì… ho capito e mi hai spiegato… ma perché mi ami?”. Solo chi ha scritto lettere d’amore può capire di cosa parlo  -non ho mai scritto una lettera d’amore.

Oggi siamo al centro della civiltà della “tecnica”. Non confondiamo e identifichiamo per cercare una sorta di “quadratura del cerchio”  – e inconsapevolmente lo facciamo – la tecnica con la “tecnologia”. Sono due cose del tutto diverse. La tecnologia sono gli oggetti che sino ad ora abbiamo usato e ci hanno non di rado salvato la vita  -la strumentazione della Sala Operatoria e della Rianimazione, gli ausili, il frigorifero, il telefono e vari sistemi di sicurezza in auto, sul lavoro e altri ambiti.

La “tenica” è la più alta forma di razionalità essenziale, asciutta, secca, breve, assertoria, priva del minimo pleonasmo, biaria, si/no.

Il nostro disagio che spesso assume le forme della follia, del suicidio, della pallina del Flipper, è l’usare categorie dell’anima nell’ambito della civiltà della tecnica. La nostra mente e la nostra psicologia procedono per adattamenti minimi negli anni o nei secoli e quindi non siamo ancora pronti alle “risposte” categoriche del si/no o 0 1.

Ma il vero dramma non è quello di aspettare che il nostro apparato cognitivo si “adatti” nel tempo un po’ alla volta alla “tecnica” ma piuttosto al fatto che anima e tecnica ssono due dimensioni “incommensurabili”, quindi senza nessuna possibilità di contatto e di scambio. E’una partita a Poker dove da una parte c’è un giocatore e dall’altra un calcolatore che va dritto alle giocate “essenziali” per vincere  – che tra le milioni di possibilità ha già “binarizzato” i nostri bluff.