L’uomo come problema

A partire dai primi anni del ‘900 l’esistenza dell’uomo si pone come “problema”. La riflessione sull’uomo si problematizza e l’uomo stesso comincia a intuire che la propria vita è un problema.  Il termine “problema” è qui da intendersi nella sua derivazione greca di “mettere davanti, proporre, gettarsi”. Si inizia a capire che la vita è fatta di scelte di cui ne va la stessa esistenza dell’uomo. La stessa possibilità di scelta implica la vita fisica dell’uomo stesso. La scelta è prima di tutto rinuncia e spesso rinuncia definitiva dalla quale non si può tornare indietro.

Scegliere A vuol dire rinunciare a B, ma la rinuncia a B è definitiva o quello che viene espresso in un linguaggio più comune si “perde il treno”. Perdere il treno, che spesso viene indicato come un fatto unico e negativo, può anche essere positivo se quei binari portano in un luogo esistenziale che conviene evitare.

Ma la scelta non è tra soli due elementi A o B ma tra un “insieme” di elementi di A e di B. La diramazione della scelta assume quindi infinite possibilità e tutte coinvolgono la vita stessa dell’uomo.

La scelta può essere autentica, come direbbe Heidegger, o inautentica, ovvero può realizzare le nostre vere proprietà individuali oppure perdersi nella struttura del “si dice, si fa, si usa”. La realizzazione di sé o la perdita nel mondo dell’anonimato  – Uno, nessuno, centomila, per citare un’opera di Pirandello.