Immigrati: ancora campagna elettorale

L’accordo che il ministro degli Esteri di Maio ha stabilito con 13 paesi interessati al fenomeno della immigrazione si muove ancora nella logica di una campagna elettorale ideologica.

Avevo sperato ci fosse una soluzione del problema che non fosse di tipo semplicemente umanitario o terzomondista e invece è rimasto tutto esattamente come prima nel segno della continuità con l’ex ministro Dell’Interno Matteo Salvini.

Ci era stato promesso anche dalla sinistra del Partito Democratico una revisione completa e radicale dei decreti della sicurezza uno e due e invece siamo passati a una sua concreta applicazione.

Ragionevolmente nonostante gli accordi del ministro degli esteri Di Maio i rimpatri che saranno possibili saranno quelli solo sostenuti dai fondi della comunità europea, mentre appare ovvio che gli accordi stabiliti con i 13 paesi di cui parla Di Maio saranno ampiamente scoraggiati dai paesi stessi che sono già in fibrillazione nel riaccogliere presso di loro i richiedenti asilo.

Ad di là dei casi di chiara ed evidente violazione di legge i rimpatri verso i paesi di cui il patto del ministro Di Maio sarà ostacolato in mille modi e quindi sono accordi che di fatto sono semplicemente ideologici senza nessuna concreta e pratica soluzione del problema. Non possiamo aspettarci che paesi come la Tunisia il Marocco e soprattutto la Libia siano disposti a riprendere in patria le persone che sono scappate o dalla guerra o alla ricerca di nuove opportunità economiche e di vita.

La soluzione che personalmente mi auguro, e che mi ero augurato si trovasse con il nuovo ministro degli Esteri, è quella di formare nei paesi oggetto di emigrazione degli hub di accoglienza in cui fare una selezione tra chi effettivamente scappa da situazioni di pericolo di guerra e chi invece scappa per motivi legati alla malavita o alla ricerca di nuove opportunità personali. Degli hub esattamente come abbiamo in Italia però, per così dire, alla fonte del problema che fanno già un primo controllo e una prima selezione tra le persone effettivamente in pericolo di vita e i furbi.

Resta sempre la soluzione definitiva, che ho già indicato in un altro post, cioè quella di aiutarli in casa propria, ovvero cominciare anche con il contributo dell’unione europea a costruire dei poli industriali o di commercio che possono garantire condizioni di vita migliori ai cittadini che emigrano dai paesi dove ci sono tensioni, conflitti e povertà. Questa è una strada che, peraltro, alla lunga sarebbe anche molto meno costosa dei rimpatri con i soldi della comunità europea