Il conflitto tra industria ed ecologia

Che il libero scambio di impronta capitalistica sia la massima predazione delle risorse naturali e quindi di alterazione ecologica lo abbiamo capito. Lo scioglimento dei ghiacci ai Poli non spiace molto all’industria che subito ha aperto nuove rotte navali commerciali.

D’altra parte il regime sovietico di ispirazione comunista (il comunismo è e resta un’utopia politica né più né meno come molte utopie politiche – La città del Sole di Campanella) che ha portato un Paese con enormi risorse ai supermercati vuoti privi anche di burro, latte e olio, non è un buon esempio da seguire né ecologico né di necessità.

Ci deve essere un punto in cui l’industria si pacifica con l’ambiente i cui effetti devastanti li notiamo tutti almeno nelle bizzarre stagioni di caldo/freddo/che tempo farà. Questo punto riguarda come sempre il binomio domanda-offerta che nel consumismo è diventato il trinomio domanda-domanda indotta-offerta.

Se aspettiamo che l’industria metta la testa a posto alla buonora e quindi la palla ritorna nelle nostre mani. Quanto siamo disposti, compreso chi scrive, a salvare l’ambiente per noi e i nostri figli rinunciando almeno alla domanda indotta dal consumismo che ci fa credere come vitali i beni oziosi, superflui e di lusso?