La libertà come non-scelta

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Nella tradizione Occidentale, o in gran parte di essa, si insiste sulla necessità della “scelta”. Gli ignavi di Dante, Aut-Aut di Søren Kierkegaard e molta parte del pensiero positivista, marxismo compreso, nei suoi aspetti inevitabili e meccanicistici.

Per molti sembra che il motore della storia si incarni in una scelta netta tra due corni di un’alternativa  – se non ci fosse Hegel a dirci che lo sviluppo storico è immanente alla logica e allo spirito della storia stessa visione di cui c’è traccia anche nel pensiero marxista in tutte quelle “necessità” che la storia dell’uomo stessa ci indica.

Nel pensiero cattolico, diversamente da quello buddhista, la scelta è secca tra bene e male, un bene e un male metatemporali e metastorici. Validi allora e per sempre. Intoccabili. Dogmatici.

Naturalmente sto parlando di scelte ontiche e ontologiche e non certo di scelte della quaotidianità come fermarsi con il semaforo rosso e ripartire con quello verde. La zona gialla semaforica è solo l’intimazione ultimativa alla scelta.

Non di rado la scelta diventa totale dedizione  – ad una causa, ad un capo ad un’idea o ad una ideologia- se non addirittura fanatismo.

Sarà Theodor Adorno, filosofo, musicista e musicofilo della Scuola di Francoforte ad affermare che “la libertà non consiste nella scelta ma nell’evitare la scelta”.

Dalla parte di tutti e di nessuno.

Né capo né servo.

Né ricco né povero.

Né cattolico né ateo.

Né partigiano né qualunquista.

(in foto Theodor Adorno)